Tratta da:
http://www.nottecriminale.it/intervista-a-roberta-bruzzone-vi-racconto-chi-e-l-assassino.html
Intervista a Roberta Bruzzone: «Vi racconto “chi è l’assassino”»
di Valentina Magrin
A una settimana esatta dall’uscita del suo libro “Chi è l’assassino – diario di una criminologa” (Mondadori) incontriamo la Dottoressa Roberta Bruzzone, nota criminologa e psicologa forense, che ci parla della sua professione e della sua vita, fornendoci alcuni importanti spunti di riflessione…
Dottoressa Bruzzone, quando e perché ha deciso che era ora di mettere nero su bianco tutta una serie di esperienze professionali che L’hanno coinvolta in prima persona in veste di criminologa?
Si è trattato di una sinergia di fattori. Obiettivamente l’esperienza maturata in questi anni è stata tantissima e ho avuto l’occasione di occuparmi di alcuni casi che hanno riscosso molta attenzione a livello mediatico constatando, ahimè, la profonda discrepanza tra ciò che viene prospettato dai mass media e quelli che sono i dati e i fatti visti da chi come me analizza direttamente i casi. Ho voluto, quindi, fare un po’ di chiarezza su alcuni aspetti che hanno caratterizzato queste vicende che spesso, purtroppo, sono stati distorti.
Al contempo, avendo la possibilità di raccontare delle esperienze per certi versi innovative nel nostro Paese in termini di applicazione di competenze criminologiche a casi di omicidi, ho ritenuto doveroso mettere nero su bianco tutta una serie di aspetti legati alla mia professione, ossia al tipo di intervento che si può fare in determinati casi molto complessi dal punto di vista criminalistico e criminologico.
Infine, non ultimo, la voglia di levarmi qualche sassolino dalla scarpa visto che, soprattutto recentemente, sono stata criticata da alcuni soggetti francamente discutibili che addirittura mi hanno attaccato sotto il profilo curriculare, per cui io semplicemente ho voluto raccontare quello che faccio e il tipo di lavoro che svolgo già da molti anni sfidando queste persone a fare altrettanto, ben sapendo che non possono farlo perché non hanno mai messo piede su una scena del crimine, mai maturato esperienza diretta sul campo né tantomeno mai avuto incarichi ufficiali su vicende così complesse.
Iniziamo a sfogliare il Suo libro e subito ci imbattiamo nel caso cronologicamente più recente, quello dell’omicidio di Sarah Scazzi. Ricordiamo che Lei è stata consulente di Michele Misseri da novembre 2010 a febbraio 2011 e ha rimesso il Suo mandato quando Misseri ha revocato l’incarico all’avvocato Daniele Galoppa. Da allora Misseri si dichiara unico colpevole per la morte della nipote e accusa Lei e l’avvocato Galoppa di averlo indotto a coinvolgere sua figlia Sabrina nel delitto. Da qualche settimana è iniziato il processo, che vede Sabrina e sua madre Cosima accusate di concorso in omicidio volontario, sequestro di persona e soppressione di cadavere. Per Michele Misseri, invece, l’accusa è “solo” di concorso in soppressione di cadavere. Come prevede che possa andare a finire questa vicenda?
Quando ho rimesso il mio mandato di consulente di Michele Misseri, al Gip ho detto chiaramente che non me ne andavo perché credevo Misseri colpevole dell’omicidio, ma perché non potevo difendere un individuo che si autoaccusava di un omicidio che io, in scienza e coscienza, non credevo e non credo possa aver commesso.
Ho sempre creduto nel lavoro degli inquirenti e credo che le informazioni raccolte in questi durissimi mesi di lavoro investigativo dai pm Pietro Argentino e Mariano Buccoliero siano la base di un processo che non dovrebbe riservare alcun tipo di sorpresa. Ritengo che i capi di accusa che pendono sulle principali imputate (Sabrina Misseri e Cosima Serrano, ndr) siano quelli corretti, perché le circostanze e le informazioni raccolte dipingono proprio questo tipo di scenario. Ho massima fiducia nel lavoro della Procura e sono certa che il vaglio dibattimentale confermerà la bontà del loro operato.

In “Chi è l’assassino” vengono trattati anche alcuni casi di malagiustizia, come quello di Chico Forti (condannato all’ergastolo negli Stati Uniti per l’omicidio di Dale Pike, ma verosimilmente innocente) e quello della strage di Erba (in cui morirono 4 persone tra cui un bambino, e una quinta rimase gravemente ferita). A proposito di quest’ultimo, dalle pagine del libro emerge chiaramente come molto probabilmente a commettere quel massacro non furono Olindo Romano e Rosa Bazzi, condannati in via definitiva all’ergastolo. Qual è la Sua reazione, quali sono le Sue sensazioni quando nelle aule di tribunale non viene fatta giustizia?
Una rabbia profonda, una rabbia lucida che mi spinge a continuare a lavorare. Infatti, come si evince leggendo il mio libro, non depongo mai le armi. Per quanto riguarda
la strage di Erba, sono fermamente convinta che Olindo Romano e Rosa Bazzi non fossero sulla scena del crimine quella maledetta notte dell’11 dicembre 2006. Mi ha fatto molto piacere sapere che quasi in concomitanza con l’uscita del mio libro Azouz Marzouk, marito e padre di due delle vittime (Raffaella Castagna e il piccolo Youssef, di appena due anni), è ricorso alla Corte di Strasburgo perché anche lui ritiene che ci sia stata un’ingiusta condanna. Il fatto che una parte civile si ponga questo tipo di dubbi e in qualche modo confermi tutto quello che io ho scritto nel capitolo dedicato a questa vicenda, mi convince ancor di più di averci visto giusto, e come me anche gli altri che hanno lavorato nel collegio difensivo.
Bisogna rimettere completamente in discussione la vicenda, rianalizzarla senza pregiudizi né preconcetti e rendersi conto che siamo davanti a un clamoroso errore giudiziario. Credo nel mio piccolo di averlo dimostrato, non con riflessioni o considerazioni di natura ipotetica, ma con quello che c’è sulla scena del crimine. Ho dedicato molta energia al capitolo sulla strage di Erba proprio perché volevo ripercorrere nella maniera più lucida e precisa quello che era accaduto e quello che era emerso dal report di sopralluogo e di attività sulla scena del crimine svolto dal Ris di Parma. Quindi io, in realtà, non uso argomentazioni o elementi ricavati dal lavoro della difesa, ma addirittura dell’accusa: è questo, a mio avviso, l’elemento più formidabile nell’irrobustire quello che ho scritto e quello che ritengo di aver trovato.
A giudicare dalle reazioni delle prime persone che hanno letto il capitolo, che partivano da una posizione di assoluto colpevolismo nei confronti di Olindo Romano e Rosa Bazzi, qualcosa ho smosso. Questo me la dice lunga su quanta disinformazione è stata fatta su questo caso. Già all’epoca del mio intervento in secondo grado c’erano tutti gli elementi per rendersi conto che era necessario un retro front, speriamo che ora qualcosa accada.
Tra quelli trattati nel Suo libro, qual è il caso a cui si sente più legata dal punto di vista personale? E professionale?
Non riesco a fare una distinzione: ogni caso, a modo suo, è unico e speciale e ha stabilito con me un legame particolare. Ognuno dei casi che ho scelto di raccontare nei mio libro mi ha portato via un pezzo di anima. Sono tutte vicende a cui ho dedicato il 100% delle mie energie e con ciascuna di esse sento di aver percorso una tappa fondamentale anche della mia vita personale e professionale.
Tra quelli, invece, che non l’hanno vista scendere in campo in prima persona, c’è un caso del quale si sarebbe voluta occupare e se si quale e perché?
Ce ne sono tanti… così sul momento mi viene in mente l’omicidio di Nada Cella avvenuto a Chiavari nel 1996, perché ritengo sia un caso su cui si possa ancora dire parecchio. Un altro caso che ho molto vicino al cuore e di cui non mi sono occupata direttamente, pur avendo avuto modo di accedere a parte degli atti, è l’omicidio di Serena Mollicone avvenuto ad Arce nel 2001. Ho conosciuto suo padre e mi ha colpito moltissimo perché la tragedia che lo ha letteralmente sconvolto è ancora visibile e percepibile nelle sue parole, quindi mi sarebbe piaciuto aiutarlo ad avere giustizia per la figlia.
Dal Suo libro emerge tutta la Sua passione per il lavoro di criminologa, ma anche la fatica, la serietà e la costanza necessarie a portarlo avanti. Cosa consiglierebbe ai molti giovani che oggigiorno vogliono intraprendere questa carriera?

Innanzitutto di avere molto coraggio e molta ostinazione, perché è una professione complessa, almeno per il tipo di lavoro che faccio io, che è una forma molto particolare di applicazione della criminologia, soprattutto nel panorama nazionale. È un tipo di attività che non ti lascia molto tempo per te e per la tua vita: questo bisogna metterlo in conto e affrontarlo serenamente, perché se non si è disposti a questo genere di sacrifici forse non è il lavoro giusto da intraprendere. Purtroppo il percorso per intraprendere questo tipo di attività è quanto mai nebuloso. Come spiego nel capitolo introduttivo del libro, questa nebulosità è alimentata ad arte da certi personaggi che purtroppo popolano questo settore sotto il profilo teorico pur non avendo mai, esse stesse, messo piede in una scena del crimine. Purtroppo queste persone, che cercano solo un tornaconto economico, talvolta riescono a “sedurre” i ragazzi attirandoli nelle loro attività formative, che sono nella maggior parte dei casi alquanto improbabili sotto il profilo delle tematiche che vengono proposte e dei docenti che vengono impiegati. Bisogna stare molto attenti e rivolgersi per la formazione a coloro che effettivamente fanno questa attività sul campo. Bisogna fare un minimo di verifica prima di decidere con chi specializzarsi, perché sui libri questo tipo di attività non si impara.
Sicuramente è importante lo studio, sicuramente è importante la fase accademica, ma la parte pratica la fa da padrona. Come dico nel libro: “Io non mi farei operare da un chirurgo bravissimo sulla carta ma che non ha mai preso un bisturi in mano”. C’è tanta gente che parla di scena del crimine, di attività di ricostruzione, di BPA (Bloodstain Pattern Analysis, l’analisi delle tracce di sangue presenti sulla scena del crimine, ndr) etc. ma al dunque non mi risulta che queste persone abbiano svolto queste attività. Con questo libro voglio inoltre lanciare un messaggio: è vero che io vado in televisione, che ho una grande esposizione mediatica e una forte visibilità a livello nazionale, però attenzione, la televisione per me è un mezzo, non un fine. Il mio lavoro è un altro e qui ve lo racconto.
Tornando ai consigli da dare a chi vuole intraprendere questo tipo di professione, se l’idea è quella di fare una carriera simile alla mia, con aspetti legati sia all’ambito psicologico forense investigativo che criminalistico, il primo step fondamentale è una laurea specialistica in psicologia.
Le altre lauree, che magari hanno titoli accattivanti, non garantiscono alcuna possibilità realistica di accesso alla professione. Quelle principali sono tre: giurisprudenza, medicina e psicologia, ma nello specifico psicologia è quella che sicuramente offre maggiori sbocchi nell’ambito criminologico. Ovviamente a questa preparazione accademica di tipo psicologico va corredata tutta una serie di arricchimenti formativi: è un work in progress, un’attività che presuppone che ci si continui ad aggiornare e a migliorare, quindi dev’essere un’attività svolta da chi ama studiare, altrimenti dopo un po’ ti perdi per strada.
Questo è successo anche ad alcuni miei collaboratori, che si sono persi nelle maglie dei sacrifici che questo mestiere richiede. Quelle che sono rimasti con me, invece, sono persone con una passione autentica, che studia e si aggiorna continuamente e che viene premiata con delle belle soddisfazioni. Ma la maggior parte delle persone che sogna di fare il criminologo non ha la minima idea di cosa comporti veramente fare questa attività e probabilmente non sono neanche pronte ad affrontarne i sacrifici. Attenzione perché le luci della ribalta possono essere estremamente ingannevoli e attenzione a non finalizzare il tutto a fare qualche apparizione televisiva, perché se non hai veramente qualcosa da dire alla fine resterai a casa.

Il fatto di essere donna (e che donna!) in quest’ambito professionale che forse è più prettamente maschile, l’ha aiutata o l’ha ostacolata? Io credo che, almeno all’inizio, sia stato un ostacolo. Quando fai il mio lavoro e ti occupi di aspetti indubbiamente molto duri come la ricostruzione della scena del crimine, forse nell’immaginario collettivo non puoi anche essere una donna “femminile”.
Soprattutto inizialmente, questo ti viene rinfacciato. Fortunatamente io non ho mai dato importanza a questi tipi di pregiudizi e ho proseguito a fare il mio lavoro, consapevole del fatto che alla fine avrebbero parlato i risultati e non le nuance dei colpi di sole. È chiaro comunque che la maggior parte di quelli che mi attaccano lo fanno proprio partendo dall’aspetto fisico, ossia esaltano la dimensione fisica con l’obiettivo di sminuire quella professionale.
Tuttavia, non penso proprio che la gente mi assuma perché ho dei begli occhi o un fisico piacente. È chiaro che chi va a esaltare questo tipo di elementi è perché al di là di questi contenuti non riesce a trovarne altri, ma non è un mio problema. Io faccio il mio lavoro e cerco di farlo sempre nella maniera migliore possibile per quelle che sono le mie capacità, dopodiché lascio che siano i risultati a parlare.
Sappiamo che anche Lei, nel suo privato, è in un certo senso una vittima. Hai più volte dichiarato, infatti, di essere vittima di stalking da parte di un Suo ex fidanzato. Come vive una situazione così drammatica una persona che, come Lei, è abituata a stare dall’altra parte della barricata, dedicando la sua vita a combattere il male e l’ingiustizia?
Esattamente come quando mi trovo a fianco delle vittime, solo che questa volta la vittima sono io. Credo che il motore principale delle persecuzioni che quest’uomo compie nei miei confronti da più di tre anni sia l’invidia professionale. Si tratta, infatti, di una persona con cui per un certo periodo ho condiviso anche la mia attività professionale. Proprio quando ho deciso di porre termine alla relazione, questa persona non è riuscita a reggere l’impatto della rottura di questo sodalizio soprattutto professionale e quindi ha cominciato a dedicare la sua vita a cercare di rovinare la mia carriera infangandomi e calunniandomi in tutti i modi.
Ovviamente, tutto questo gli si è rivoltato contro come un boomerang clamoroso. Nonostante ciò ancora oggi non si arrende, ma io ormai non gli rispondo più se non in sede giudiziaria. L’ultimo dei suoi atti volti a ledere la mia immagine è stato, cronologicamente parlando, lo scrivere una lettera aperta a Bruno Vespa facendola sottoscrivere da una serie di presunti firmatari i quali, però, nemmeno ne sapevano l’esistenza. Periodicamente i suoi avvocati (in tre anni ne ha cambiati più di dieci) contattano il mio legale dicendo che sono disposti a una riconciliazione bonaria ma la mia risposta è no, ne riparleremo davanti a un giudice.
Fortunatamente, infatti la vicenda giudiziaria si sta definendo, quindi a breve avrò modo di entrare maggiormente nel dettaglio di questa storia, perché una volta formalizzato il processo gli atti saranno disponibili in maniera più ampia. So che mi devo difendere da uno squilibrato, come tante volte è capitato alle vittime che io stessa difendo.
Cerco quindi di utilizzare gli stessi strumenti: documento tutto, salvo tutto, mi metto in condizione di poter provare tutto quello che sostengo e raccolgo testimonianze e informazioni che sottopongo all’autorità giudiziaria e, ultimamente, anche ai datori di lavoro di questa persona.